Il fiore come singolo

dialogo tra Corcos e Schiele 

di Maria Grazia Morsella

Il genere della "natura morta" riferito ad opere pittoriche in cui appaiono frutti, cacciagione e fiori, per un lungo periodo, è stato considerato come una raffigurazione di minor valore artistico, un' esercitazione estetica concessa alle donne e da praticare esclusivamente nell'intimità delle mura domestiche.

Vaso di fiori di Breugel il Vecchio
Vaso di fiori di Breugel il Vecchio
Il principe lontano di Corcos
Il principe lontano di Corcos
Sogni, di Corcos
Sogni, di Corcos

In diversi quadri di Corcos le figure femminili sono accostate ai fiori e dove lo sguardo si fa sensuale, quasi torbido e allusivo, negli angoli delle tele ammiccano rose mature, quasi sfiorite.

Un esempio è "Nerone ferito": una giovane dall'età indefinibile, di cui non è certa l'identità che tiene tra le braccia un cucciolo ferito, sembra divorare con lo sguardo lo spettatore. Fanno da contrappunto le rose gialle, al limite della sfioritura, quasi a suggerire l'idea di un amore consumato o da consumare. È probabile che la grande abilità di ritrattista abbia distratto dalla lettura simbolica di alcune opere che, vista l'epoca di realizzazione e il messaggio allusivo, dimostrano una sorprendente modernità.

Egon Schiele vive in un contesto sociale totalmente diverso: considerato un bambino difficile, si isola dai compagni e dimostra spiccato interesse e attitudine solo per il disegno; sulla sua reputazione pesano un sospetto di incesto, a causa del rapporto morboso con la sorella, e un'accusa di molestie che gli costerà un anno di carcere. Amico e "allievo" di Klimt, vive drammaticamente tutta la crisi politica, sociale e psicologica degli anni antecedenti alla grande guerra.

Gli scritti di Freud hanno sdoganato il concetto di "inconscio", di " libido", hanno reso lecito accettare il lato oscuro dell'Uomo e fare dell'arte l'espressione di questo tormento esistenziale.

Schiele non ha tra le sue modelle signore dell'alta borghesia ma prostitute incrociate nei sobborghi cittadini che si spogliano per i vezzi dei suoi pennelli mostrando malnutrizione, povertà, disperazione.

Senza sussurri, né allusioni, ma in modo diretto e quasi con soffocata violenza, Schiele ci affida il suo dramma attraverso due opere: "Susino con fucsie" e "Il girasole".

Le opere non sono decorative, le superfici appaiono piatte, i colori quasi bruciati, gli steli dei fiori scarni, le foglie avvizzite: tutto è manifestazione di una vita che sta appassendo. Insolita anche l'inquadratura e il formato delle opere: nella prima, il susino è "tagliato", l'attenzione è concentrata sul tronco ritorto che suggerisce una schiena scarna, ricurva; il girasole è quasi soffocato in un "pannello" rettangolare lungo e stretto. Sembra osservare lo spettatore in modo spettrale dall'alto di una lunghezza esasperata su uno sfondo grigio che chiude ogni possibilità di orizzonte.

La critica ritiene che con queste opere Schiele abbia raggiunto la maturità artistica e sia riuscito a "spogliarsi" del condizionamento di Klimt, mirato alla funzione decorativa del fiore.

Nelle due opere descritte i fiori sono evidentemente la rappresentazione del disagio dell'artista e probabilmente di ogni uomo del suo tempo e guardarli ci lascia un profondo senso di inquietudine e di angoscia. 

Il girasole di Schiele
Il girasole di Schiele

La pittura fiamminga del XVI secolo, grazie soprattutto a Jan Breugel il Vecchio, riesce a dare un nuovo slancio al genere pittorico della natura morta, soprattutto alla pittura dei fiori che conquistano un nuovo spazio da protagonisti, ammiccando dalle tele di artisti celebri: come non ricordare le ninfee di Monet o i girasoli di Van Gogh o gli iris stilizzati della pittura giapponese...

Al di là dell'aspetto decorativo, in arte, il fiore assume, nel tempo, il ruolo di "simbolo", diventa la voce narrante di qualcosa che non è consentito esplicitare, ma suggerire, sussurrare anche quando il suo racconto è sconveniente o è preludio ad un dramma. Tra tantissimi artisti, due particolarmente mi hanno incuriosita per la capacità di rendere il fiore una delle voci narranti di un'opera: Vittorio Corcos ed Egon Schiele.  Nati a circa trent'anni di distanza uno dall'altro, in paesi e contesti sociali differenti, coinvolti in modo diverso dagli orrori della grande guerra; il primo, pittore affermato, ben inserito nella società del suo tempo; il secondo, controverso, discutibile, estremo; difficilissimo accostamento di due personalità e stili diversi, figli di mondi lontani che però hanno parlato un linguaggio figurativo parallelo; se osserviamo gli sguardi torbidi e sensuali delle figure femminili di entrambi, scopriremo grande affinità nel far emergere l'"inconscio", l' ambiguità, la sensualità delle donne raffigurate; inoltre hanno scelto, in alcune opere, lo stesso "medium", lo stesso " simbolo" per raccontarsi: il fiore.

3- Ragazza Accovacciata di  Schiele
3- Ragazza Accovacciata di Schiele

Vittorio Corcos è definito dai contemporanei il pittore degli sguardi e dell'anima, e sarà ricordato soprattutto per la sua abilità di ritrattista. È celebre per aver rappresentato l'essenza dell'alta borghesia della Belle Époque e aver testimoniato l'emancipazione della donna da lui celebrata in diversi quadri.

Uno dei più noti è "Sogni", un olio su tela esposto nel 1896 a Firenze per l'evento "La festa dell'arte e dei fiori"; opera acquistata dallo Stato Italiano per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna nelle cui sale è ancora esposta.

La scena suggerita da Corcos si apre su una fanciulla (Elena Vecchi, all'epoca ventitreenne, figlia di un amico scrittore dell'artista) immortalata in una posa insolita, scomposta, sconveniente, con le gambe accavallate, il capo nudo, i capelli spettinati.

La ragazza ci grida dal quadro tutta la sua indifferenza verso le regole del bon ton che la vorrebbero composta, eretta, col cappello calzato. Il volto intenso, gli occhi segnati da una lunga lettura, le labbra carnose, l'atteggiamento sensuale, tutto ci parla di una giovane donna emancipata e indifferente ai clichés. 

E poi ai suoi piedi, quel sussurro di petali che sfiora il suolo, sui quali sono stati versati fiumi d'indignazione a causa della scelta dell'artista, considerata sconveniente, di rappresentare una rosa disfatta, i cui resti sono in balía del vento... Questi petali sgualciti, di gusto dannunziano, starebbero a rappresentare un amore consumato, una passione forse illecita o sconveniente, sospesa nel "sogno" racchiuso nello sguardo languido della giovane.

La simbologia della rosa è colta nel momento della sua assenza eppure il suo messaggio è così potente da aver "scandalizzato" più di qualche benpensante dell'epoca.

Nerone ferito, di Corcos
Nerone ferito, di Corcos
Susino con fucsie
Susino con fucsie
Albero d'autunno di Schiele
Albero d'autunno di Schiele

Nel 1912 dipinge un'opera intitolata "Albero d'autunno" e a questo proposito l'artista scrive: "Tutto ciò che sta vivendo è già morto". Nella pittura di Schiele la rappresentazione dei fiori diventa inequivocabilmente lo specchio del dramma.

Quest'ultima opera, infatti, così scarna, ridotta all' essenza, riesce perfino ad ingannare la percezione: non sappiamo se stiamo guardando un albero o una crepa su un muro. Il messaggio è talmente forte da travalicare quasi l'immagine al punto che si rasenta l'astrattismo.

Quindi, nell'arte i fiori sono presenze forti e raccontano, simbolicamente, una realtà interiore, una metafora, prendendo in prestito gli elementi del linguaggio figurativo.

"Il giardinaggio è un'attività che ho imparato nella mia giovinezza quando ero infelice. Forse devo ai fiori l'essere diventato un pittore" Claude Monet