Verbaschi Invasori

di Sara De Zucco

Uno scavo, il rivoltamento di una pietra, il sollevamento del cotico erboso, anche per effetto di una falciatura troppo radente il suolo, creano le condizioni perché un fine seme di Verbasco vi germogli. Portato dal vento, da un animale o dalla suola di una scarpa, pur giunto in tempi remoti ma "messo a tacere" dalla copertura di erbe preesistente, su terreno nudo ed assolato il germe del Verbasco affonda la robusta radice primaria. Il primo anno le energie sono tutte rivolte alla formazione della rosetta basale di foglie e di un apparato radicale profondo.

In Italia si contano circa trenta diverse specie appartenenti al genere Verbascum (fam. Scrophulariaceae), erbacee prevalentemente biennali ed a fioritura estiva. La diffusione sul territorio si deve al loro comportamento da piante pioniere: invasori di suoli nudi, di recente formazione (dopo smottamento, frana) o preesistenti, ma comunque brulli, aridi ed assolati. Tali condizioni favoriscono la germinazione del seme e la pianta che ne deriva ha tutte le armi per sopravvivere: le parti aeree sono variamente rivestite di peli, che regolano le perdite d'acqua, riflettono l'eccessiva irradiazione solare e catturano l'umidità atmosferica. Le foglie, nelle ore di massima insolazione, tendono a chiudersi o ad inclinarsi così da ridurre la superficie esposta; lo stesso fanno i petali e per ammirare il fiore nelle sue peculiarità più "intime" bisogna attendere le ore più fresche della giornata.

Il Verbasco invasore non deve perdere tempo: dopo aver preso dominio dell'area con la sua rosetta di foglie basali e l'ampio apparato radicale, al suo secondo anno di vita e quando le giornate tornano ad allungarsi comincia ad estendere lo scapo fiorale.

A seconda della specie questo può essere più o meno ramificato, con infiorescenze dense di fiori gialli, ben visibili ad api e bombi. Una "spruzzata" di peli ghiandolari lungo i filamenti dell'androceo (apparato riproduttivo maschile) ricompensa di dolce nèttare i visitatori.

Da buon invasore, il Verbasco non manca di difese: sa far fronte alla siccità, ma alla predazione e alle malattie?

Il pelo (o tricoma, cellula specializzata, morta a maturità) torna di nuovo utile: lungo, a fiocchi o lanoso, variamente distribuito sulla pianta, la rende poco apprezzata dagli erbivori. Dall'attacco di funghi, i semi si proteggono con l'alto contenuto di saponine. Nel regno animale queste molecole vegetali risultano variamente tossiche (purché entrino direttamente nel circolo sanguigno: hanno azione emolitica, ma sono disattivate dal passaggio gastrico) o addirittura letali, come nei pesci (assorbite attraverso le branchie). Gettare in un bacino idrico mazzi di infruttescenze di Verbasco vuol dire vedere colorare d'argento la superficie dell'acqua: è la distesa di pesci risaliti a galla (è stato un metodo usato nella pesca).


Ma c'è chi la fa in barba alle difese del Verbasco. È la larva del lepidottero nottuide Cucullia verbasci, che da maggio a luglio ne mina severamente le foglie.


Il Tasso Barbasso (Verbascum thapsus L.) "con le sue gran foglie lanose a terra, lo stelo diritto all'aria e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli" risalta tra la "marmaglia di piante" che popola la vigna di Renzo Tramaglino (I Promessi Sposi, cap. XXXIII).


Il Tasso Barbasso è stato la Candela Regia degli antichi romani, che ne utilizzavano l'alto fusto come lanterna o come cero nelle cerimonie solenni. Nell'arte è simbolo di Redenzione e Rinascita, presenza a latere in molte opere del Caravaggio.

“Ritornano le foreste” (1917, Tullio Pericoli)
“Ritornano le foreste” (1917, Tullio Pericoli)

Il Verbasco come Luce e Rinascita

Luce e Rinascita è anche l'augurio del bravo pittore e disegnatore Tullio Pericoli (Colli del Tronto, 1936) alla sua gente dopo il passaggio del sisma.

Comprendo la forza simbolica di un albero, ma l'artista si sbaglia: sulle macerie, ben prima delle foreste arrivano i Verbaschi!

Il Verbasco fenicio (Verbascum phoeniceum L.) è una delle poche specie perenni, dai fiori color viola acceso che schiudono a maggio. Dopo la fruttificazione si difende dalla siccità estiva entrando in riposo vegetativo, da cui si risveglia alle prime piogge. Tutt'altro che invasore, in Italia cresce in maniera discontinua e la sua progressiva rarefazione è legata alla degradazione di prati e pascoli aridi, come a seguito dell'abbandono della pastorizia.